Una vita come tante, Hanya Yanagihara

Una vita come tante

Una vita come tante, Hanya Yanagihara

Una vita come tante

“Una vita come tante” è quello a cui aspira Jude St Francis, il protagonista di questo romanzo che conta più di mille pagine e che ho letto in poco più di dieci giorni. Perché lo specifico? C’è una cosa che devo indubbiamente riconoscere alla Yanagihara ed è la sua capacità di far scorrere le pagine veloci: leggevo e la mole si faceva sempre meno impressionante. Se non avete mai letto romanzi così lunghi un buon modo per esorcizzare questa “fobia” potrebbe essere questo; se è l’unica cosa che vi frena, non lasciatevi spaventare.

Sulla trama mi limiterò a citare alcuni suoi aspetti fondamentali. Ci troviamo a percorrere le strade di New York – una New York che fa da fondale più che da sfondo alle vicende, che viene presentata attraverso nomi di strade e più che altro ristoranti e mostre d’arte – con quattro amici, di cui seguiamo le vicende dai loro vent’anni fino all’età matura: J.B. ragazzo di colore scaltro, irriverente e che insegue il sogno di diventare un artista famoso; Malcom, architetto frustrato con alle spalle una famiglia molto facoltosa con la quale ha un rapporto non sempre facile; Willem, orfano cresciuto in una fattoria del Midwest da genitori scandinavi diventati ancora più freddi dopo la morte di due figli e la nascita di un altro disabile di cui il gentile Willem si prende cura. Anche lui possiede velleità artistiche e difatti sogna di fare l’attore; ed infine Jude, il brillante avvocato Jude, bravo pressoché in tutto ma anche quello più misterioso dei quattro, dal passato indefinito che neppure gli amici dopo decenni di stretta amicizia conoscono(ebbene sì…).

Un romanzo corale sembrerebbe, ed è quello che è sembrato anche a me visto che all’inizio la Yanagihara tratteggia i primi tre in modo molto accurato, descrivendo tutti i lati del loro passato e della loro quotidianità. Ed invece quest’aspetto che tanto mi era piaciuto via via si va perdendo fino a concentrarsi, specialmente nella seconda parte, sulle vicende di solo due dell’apparenza quattro protagonisti: i due messi alla porta compariranno come macchiette all’occorrenza  o semplicemente per far numero durante le troppo ricorrenti cene del Giorno del Ringraziamento, usato come espediente narrativo abbastanza blando per ricordare al lettore lo scorrere degli anni. Intorno a loro orbitano un’altra manciata di personaggi più o meno importanti e davvero pochi, quasi assenti, personaggi femminili.

Per le prime quattro-cinquecento pagine, nonostante alcuni dubbi, la storia mi aveva catturata parecchio e leggere era diventato quasi un bisogno fisico. Poi è subentrata un’altra sensazione: l’esasperazione. Escludendo la virata verso la storia d’amore gay – sulla cui realizzazione speravo da numerose pagine ma che non era difficile intuire – mi sono ritrovata a concordare sempre più con chi accusa il romanzo di scarsa verosimiglianza in particolare per le tanto discusse violenze che hanno costellato il passato di Jude, delle quali vieniamo a conoscenza – oserei dire per fortuna – in maniera molto graduale attraverso lunghi flashback e che continuano ad ostacolare, assieme a malanni più o meno probabili, tutta la sua vita tranne a quanto pare quella lavorativa: lui, malato e non incline ai rapporti sociali al di fuori di pochi scelti, in tribunale si trasforma diventando una iena temuta da tutti.

Il problema principale a mio parere è dunque l’eccesso: eccesso di cattiveria o eccesso di buonismo, eccesso nei fallimenti o eccesso nei successi e mi tolgo anche un sassolino dalla scarpa includendo l’eccesso dei “mi dispiace” pronunciati da Jude(una lettrice a quanto pare li ha contati, sono circa 250). Non ci sono vie di mezzo, non ci sono sfaccettature. Ho visto spesso solo il bianco e il nero ed invece sono proprio le tonalità nel mezzo a rendere la vita autentica. Tanta sofferenza gratuita quindi ed io capisco che la vita purtroppo a volte ne sia piena, ma qui si tratta di letteratura ed è stata quindi una scelta consapevole che ha fatto sì che la corda si tendesse fino all’inevitabile rottura: è quello che è successo alla mia empatia – ed io sono una persona che dai romanzi si fa distruggere, è davvero strano parlare in questi termini per me – . Il finale poi, per nulla difficile da immaginare, mi ha lasciato addosso oltre che ad una infinita tristezza – inutile nasconderlo – anche tanta rassegnazione.

Prendo in prestito da Virginia Woolf alcune parole: “In arte, come nella vita, tutti gli errori più grossolani derivano dalla mancanza di misura e dalla tendenza a essere esageratamente e ostentatamente seri“. Sono certa che senza tutte le iperboli il romanzo mi sarebbe piaciuto tantissimo così come infatti stava accadendo e forse è proprio per questo che sono amareggiata ed un po’ irritata insieme.

In conclusione, come ho già avuto modo di dire “Una vita come tante” per quanto mi riguarda si merita comunque la sufficienza: le parti belle ci sono e non dirò mai a nessuno di non leggerlo. Se v’incuriosisce, provateci: magari a voi andrà meglio.

 

 

 

 

 

 

 

Sabrina Turturro
sabrina.turturro@gmail.com

Sabrina Turturro | Bookish person. Photography and movie enthusiast. Art, travel and tv shows addicted. A dreamer.
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